Sono un automobilista, come tanti. Guido, mi sposto, vivo le nostre strade ogni giorno. E proprio da lì nasce questo spunto: nelle ultime settimane mi è capitato un paio di volte di essere “richiamato” alla ripartenza al semaforo.
Non perché fossi distratto, né perso a contemplare il rosso che diventa verde. Semplicemente, ho impiegato una frazione di secondo a registrare il cambio di colore e a muovere il piede sull’acceleratore. Un attimo.
Eppure è bastato quell’attimo per meritarmi un colpo di clacson secco, impaziente, quasi arrabbiato.

Da qui il titolo: l’arrosto che brucia al semaforo.

Perché è esattamente questa l’impressione: come se chi suona avesse davvero lasciato il forno acceso, come se ogni piccolo ritardo rappresentasse una perdita irreparabile, un rischio, un’urgenza assoluta. Come se la vita stessa si consumasse in quei due secondi di attesa.

A irritare non è solo il rumore del clacson, ma il messaggio implicito:
“Muoviti. Sei un ostacolo. Mi stai facendo perdere tempo.”
È una micro-aggressione quotidiana, una goccia che ci ricorda quanto siamo diventati nervosi. Lo vediamo ovunque: nelle file al supermercato, nei commenti sui social, negli uffici, nei ritmi che ci spingono a correre anche quando non c’è alcuna vera urgenza.

E allora viene spontaneo chiedersi: dov’è finita la buona educazione?
C’erano tempi in cui ci si salutava anche tra sconosciuti e si ringraziava l’autista dell’autopostale scendendo alla fermata. Gesti semplici, gratuiti, che rendevano più umano il nostro stare insieme.

Una luce che cambia non dovrebbe decidere il tono della nostra giornata.
Forse ci ricorda soltanto questo: che siamo tutti un po’ più tesi di quanto vorremmo ammettere, tutti convinti di avere un “arrosto” metaforico che rischia di bruciare… anche quando il forno, a ben vedere, non è nemmeno acceso.

Nicola Diviani
Il Noce